Così potremmo intitolare questo ricordo, perché la penna che ha evocato la vita di Ennio non appartiene certo al grande Principe Antonio De Curtis — eppure, chissà, forse nemmeno lui avrebbe mai immaginato che, tra i mille personaggi impersonati nei suoi film, un giorno potesse spuntare anche una figura in vernacolo maceratese, sincera e vibrante come quella restituita ieri da un amico del quartiere con il suo stesso nomignolo, Totò. Una voce autentica, popolare nel senso più alto del termine, capace di trasformare il dolore in un racconto vero, di quelli che sanno parlare a tutta una comunità.
Ieri, a Macerata, non abbiamo infatti semplicemente salutato un uomo. Abbiamo salutato un tempo. Un tempo in cui la parola aveva peso, il gesto aveva pudore, la dignità era un abito quotidiano, e i Bersaglieri sembravano camminare con il vento alleato, fin dentro le loro piume.
Ennio Marresi – “gagliardo novantenne, decano dei Bersaglieri maceratesi, commerciante conosciuto e benvoluto”, uomo di carattere fine – è tornato alla Casa del Padre. Ma mentre lo accompagnavamo, nessuno di noi ha avuto l’impressione di salutare un vecchio. No. Perché lui, come volle La Marmora, come vuole la leggenda del Corpo, come vuole ogni piuma che vibra al passo di corsa, ha avuto sempre vent’anni.

Il ricordo di Totò: quando il vernacolo diventa epica
Attorno alla bara del Bersagliere Marresi, quattro bersaglieri schierati in veglia: un presidio d’onore che sembrava proteggere non solo l’uomo, ma la sua storia, e con essa un pezzo della nostra Macerata. E poco più in là, il labaro della nostra Sezione tenuto saldo dall’alfiere con accanto il Presidente sezionale Posa e quello provinciale Mucci.
E poi è accaduto qualcosa di raro. Qualcosa che non si improvvisa. Qualcosa che non puoi programmare con un cerimoniale, perché non nasce dalla forma: nasce dal cuore.
Al termine della cerimonia Totò – amico, compagno d’aneddoti, voce di un’epoca – ha letto la sua lettera scritta a mano in vernacolo maceratese. E in quell’istante il dialetto non è stato un colore folkloristico: è stato la lingua della verità. Ogni parola sembrava tirata fuori da un cassetto di legno antico, conservata con cura, profumata di casa e bottega, di amicizia vera, di osteria e di rispetto. Totò non ha ricordato solo Ennio: ha riportato in vita il suo lignaggio, le sue maniere, la sua cultura legata alla terra ma ammantata di un’eleganza naturale, la sua pacatezza che non era debolezza ma forza, la sua storia di uomo che non voleva apparire, ma solo esserci. Come un vero Bersagliere.
Le immagini erano così vive che pareva di rivedere le vie di Macerata degli anni Cinquanta e Sessanta, le partite di pallone nei vicoli, le botteghe con le saracinesche con i fiori e il ferro battuto alle finestre, i saluti per strada, il valore di una stretta di mano, la bontà asciutta di chi non aveva bisogno di raccontarsi perché erano gli altri a farlo. Abbiamo scorto le dolci colline con il profumo fresco delle zolle appena rivoltate dall’aratro trainato dai buoi, e ciò che ci avevano già raccontato alcuni versi di Mario Monachesi.
Abbiamo rivisto Ennio correre, sulle strade di quei declivi.



La scena: un frammento di eternità
E lì, nella chiesa, sotto quella tensostruttura che sa ancora di sisma e che ancora affianca le volte maestose della Madonna delle Vergini (volte storiche, che hanno ascoltato generazioni intere piangere, sperare, promettere), Totò ci donava la sua voce. E noi, come sospesi, ascoltavamo un istante che non tornerà più. E che per questo sarà eterno.
È stato uno di quei rari momenti in cui capisci che la bellezza non è un’indulgenza: è una forma di giustizia.
Lì, il ricordo di un Bersagliere diventava il ritratto di un’Italia che sembra scomparsa, ma che per fortuna vive ancora in certe Persone, in certi modi, in certe fedeltà. E in quel silenzio, rotto solo dalla voce rotonda del dialetto, ognuno di noi ha sentito qualcosa muoversi dentro: la nostalgia, sì, ma anche la gratitudine. Perché Uomini così non si incontrano: si tramandano.
Ennio: un uomo che ha servito ed è vissuto con stile
Di Ennio rimarranno molte cose. I figli. La disciplina serena. La gentilezza senza zucchero. L’ironia sottile. Il sorriso che non chiedeva nulla. L’orgoglio del cappello piumato, portato fin sopra la sua bara non come un ornamento, ma come un impegno. Rimarrà la figura del commerciante stimato, del cittadino rispettoso, dell’amico fedele. E rimarrà l’eco di una frase a noi cara che ieri risuonava come una profezia e una promessa: “Il bersagliere ha sempre vent’anni.” E sì, Ennio li aveva: nel modo di camminare, nel modo di ascoltare, nel modo di salutare, nel modo di non essersi mai preso troppo sul serio restando però sempre serio nel suo dovere.
Quello che abbiamo vissuto ieri non è stato solo un funerale, è stato un insegnamento. È stato un rito civile e un atto di memoria collettiva. E al tempo stesso, una pagina di letteratura umana che nessun libro potrà mai contenere.
Perché quando un uomo buono viene ricordato da un uomo sincero, davanti a una comunità che riconosce il valore della bontà e della sincerità, allora la vita non finisce: diventa significato.

L’ultimo saluto
Così, caro Ennio, ti abbiamo affidato al Cielo – dove, ne siamo certi, le piume non si consumano e il passo rimane leggero.
E mentre le note del silenzio d’onore si levavano fino al Tricolore, non abbiamo salutato la vecchiaia: abbiamo salutato i tuoi vent’anni senza tempo. Per questo, oggi, noi Bersaglieri, noi maceratesi, noi amici o semplici conoscenti, ti diciamo con voce che speriamo salga dove sei arrivato: Ennio, grazie.
Grazie per essere stato Uomo,
grazie per essere stato Bersagliere,
grazie per averci ricordato – fino all’ultimo –
come si vive con stile,
e come si parte con onore.
Che il Cielo ti accolga al passo di corsa, e che il tuo piumetto aggiunga una nota di eleganza alle schiere degli Angeli.
Un ultimo dettaglio che resterà con noi: gli occhi della moglie di Ennio, Teresa — sarnanese d’origine — che, quando le abbiamo sussurrato che i Sibillini in questi giorni sono vestiti di neve, si sono accesi di una luce improvvisa. Forse un ricordo d’infanzia, forse un ritorno interiore ai luoghi lasciati da ragazza. Ci ha salutato per nome. E in quel gesto semplice c’era tutta la delicatezza di una vita condivisa e di un addio che non è mai soltanto un addio.
Fuori della chiesa, nel silenzio ventoso e gelido, il commiato dei Bersaglieri.
Mentre il feretro veniva sollevato a spalla e accompagnato con passo solenne fino al carro funebre, il picchetto si è irrigidito sull’attenti. Il Presidente Posa ha scandito il nome: “Bersagliere Ennio Marresi!” E da ogni Bersagliere presente — schierato, composto, fiero — è arrivata la risposta che attraversa le generazioni, che non conosce morte né tempo: “Presente!”.



